Il problema della casa torna al centro dell’agenda politica con un provvedimento specifico, il Decreto-Legge n. 66/2026. Ecco, punto per punto, cosa cambia davvero.
Un obiettivo a dieci anni: 100mila case in più
Il Governo non promette risultati immediati, ma un percorso decennale al termine del quale dovrebbero essere disponibili circa 100mila abitazioni in più rispetto a oggi. La strada scelta non è quella di nuovi cantieri su aree libere, ma del recupero di ciò che esiste già: case popolari ferme, edifici pubblici vuoti e, in parte, capitali privati incanalati verso l’edilizia sociale.
Il decreto è già attivo, ma non è ancora legge
Va chiarito un punto spesso fonte di confusione: il decreto produce effetti dall’8 maggio, ma si tratta comunque di un atto provvisorio. Il Parlamento ha sessanta giorni di tempo per convertirlo in legge ordinaria, ed è in quella fase che il testo potrebbe subire modifiche o integrazioni.
Le case popolari inutilizzate tornano sul mercato
Una quota rilevante degli alloggi popolari italiani resta vuota non per mancanza di domanda, ma perché gli edifici sono inagibili o in attesa di manutenzione da tempo. Il decreto stanzia risorse già previste in precedenti leggi di bilancio, per interventi rapidi di ripristino, affidando il coordinamento a un commissario straordinario incaricato di seguire i lavori e censire ulteriori immobili recuperabili. È inoltre prevista la possibilità di vendere parte di questo patrimonio, con diritto di prelazione per gli attuali inquilini.
Anche gli immobili pubblici “dimenticati” entrano in gioco
Oltre alle case popolari, il decreto guarda al resto del patrimonio pubblico inutilizzato: ex caserme, alloggi di servizio, uffici dismessi. Le verifiche condotte hanno individuato migliaia di unità abitative ferme, alcune recuperabili con interventi minimi, altre con lavori più consistenti. L’idea di fondo è privilegiare il riuso di edifici già esistenti, limitando il consumo di nuovo territorio.
Nasce un fondo per chi non rientra nelle categorie classiche
Tra le misure più innovative c’è il Fondo Housing Coesione, pensato per la cosiddetta fascia grigia: persone che non hanno i requisiti per una casa popolare, ma che faticano comunque a sostenere gli affitti del libero mercato. Parliamo di lavoratori, studenti, genitori separati. Il fondo dovrebbe finanziare soprattutto ristrutturazioni di immobili esistenti, da destinare ad affitti o vendite a prezzi calmierati. In parallelo, il fondo per la morosità incolpevole viene ridisegnato e riservato esclusivamente agli inquilini di case popolari in difficoltà economica certificata.
Meno burocrazia per accelerare i cantieri
Sul fronte amministrativo, il decreto semplifica diverse procedure. Per molti progetti di edilizia sociale diventa sufficiente la SCIA, senza passare dal più lungo permesso di costruire. Cambia anche la disciplina sul cambio di destinazione d’uso, che diventa più flessibile anche per interi edifici, salvo i limiti che i singoli Comuni potranno comunque imporre. Pure le autorizzazioni paesaggistiche, in alcuni casi, potranno seguire un percorso più rapido grazie a una conferenza di servizi semplificata.
Spazio ai privati, con autorizzazione unica e rent to buy
Per i grandi progetti immobiliari, sopra determinate soglie di investimento, il decreto introduce un’autorizzazione unica che riunisce in un solo iter amministrativo tutti i permessi normalmente richiesti separatamente. Torna inoltre il rent to buy, l’affitto con riscatto: una formula già presente nel nostro ordinamento ma poco utilizzata, che permette di iniziare con un canone di locazione e destinarne una parte all’acquisto futuro dell’immobile.
E i controlli? Per evitare che gli alloggi a prezzo calmierato finiscano a chi non ne ha diritto, il decreto affida ad Agenzia delle Entrate e Comuni il compito di verificare le dichiarazioni dei richiedenti, anche tramite controlli incrociati tra diverse banche dati.
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